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Questo
era il momento. Sembrava quasi che c'erano le ragazze pon pon tra
il cerchio del controcampo e il dischetto del rigore. Le vedeva
solo lui ma c'erano, ne era veramente convinto. Ragazze pon pon e
il tappeto rosso su cui camminava era ricoperto da petali di rosa.
L'allenatore sputava amaro. Pensava che la sua fine era giunta.
Lui invece aveva preso in un pugno vent'anni di carriera dai
pulcini ad ora, le aveva messe in un sacco e se le stava tirando
dietro con la fatica che aveva sempre fatto dal cerchio di
centrocampo fino al dischetto del rigore. Le aveva passate tutte
ma tutte quelle che aveva passato erano da sesta pagina, mai una
volta che andava in prima o in seconda. Eccola la prima pagina che
lui non lo aveva mai aspettato ed anche con quest'ultima aveva
avuto lo stesso effetto di tutta la carriera. Rigori, tirano loro
cinque. Ad oltranza ecco l'ordine. E lui era l'ultimo. Aveva solo
ventisei anni ma era quello con più presenze nella squadra e
nessuno, lui compreso, era mai stato sfiorato dall'idea di dargli
la fascia di capitano. La fascia di capitano, l'incoronazione a
simbolo della squadra e lui, poteva essere simbolo della squadra?
Simboli erano semmai quelle mezze fighette, quei goleador, quei
centrocampisti ma non lui o magari anche quelli del suo ruolo, ma
non lui, la fascia era sempre per piedi migliori di lui.
Stopper,
ma stopperaccio quello vero, quello con il numero cinque di una
volta, quello che annientava il capocannoniere di turno solo perché
il lavoro sporco toccava sempre al solito e lui rispondeva
presente, sempre.
Passeggiava
serenamente tra le ragazze pon pon e sul tappeto rosso della sua
immaginazione e incrociava lo sguardo delle belle che erano così
belle che gli regalavano sicurezza, quella sicurezza di cui aveva
bisogno ora con un po' di timor di sbagliare ma quello giusto,
quello che ti fa andare la concentrazione a mille. Tutte belle e
rassicuranti tranne una delle ultime perché in quella carrellata
di volti sereni il volto della sua ragazza di sempre lo aveva per
un attimo turbato.
Lei e lui erano assieme dai quindici anni ed
assieme avevano condiviso tutto ma ora passavano un brutto periodo
e probabilmente il non andare insieme alle vacanze dell'estate
prossima a venire, era la fine scritta da un anno almeno della
coppia d'oro. Ma perché si chiedeva lui. Erano i tormenti di lei
su quella vita troppo calcio che lui masticava a minare un
rapporto da invidiare ma non ora che era da buttare. Anche lei era
un'atleta, una pallavolista modello che ha smesso, contraria ai
consigli di tutti ha smesso. Lui si chiedeva sempre in quest'ultimo periodo ciò che si chiedono tutti gli uomini che
trattano il pallone da football in qualsiasi sua salsa e cioè
perché all'oratorio da piccoli i bambini giocano a pallone e le
bambine giocano a pallavolo e finisce sempre che i ragazzi si
fanno intontire fin che esalano l'ultimo respiro dal pallone e le
ragazze si stufano presto della pallavolo praticando poi lo sport
più diffuso tra di loro: il rompere le balle a quelli che giocano
a pallone.
Il suo allenatore lo diceva sempre "Lasciale stare
le donne" e lui le lasciava tranquillamente stare ma non
perché era brutto o timido e chissà che era semplicemente
incapace di andare a donne. L'aveva trovata talmente presto che
non ne aveva mai avuto bisogno di andarsela a cercare. Ed era
veramente la donna ideale proprio perché niente mai aveva
obiettato sul suo tempo di calcio ma ora che c'era da decidere un
matrimonio più scontato di ogni altra cosa, i suoi dubbi
divennero barriere piazzate
fin troppo bene. Perché tutto questo? Era successo che lei s'era
stancata del sacrificio perenne in nome del dio pallone ma la
verità più vera era quella che lui voleva sapere, non si
rassegnava a questa, come, tutto d'un botto? Così pareva. In
questo fottuto periodo, lei era l'unico bomber che non riusciva a
contenere perché non poteva usare le armi del campo. Va, ora e'
il momento con l'arbitro che gli dava il pallone e lui che lo
riponeva li sul dischetto. Se ci fosse un arbitro a chi
darebbe il rigore? A lui o a lei? Chi aveva fatto fallo? E
chi tirava, se segnava, cosa si portava a casa?
Fosse così facile
come tirare un rigore...La sua mente pensava ora al portiere, un
affronto con quella sua divisa completamente gialla, alla sua vita
attuale quasi nera, per ora grigia, con buone probabilità di
diventar tenebra. Il fischio era duro e ruvido, senza un minimo di
sentimento ed era tutta la sua rabbia che mandò il pallone sotto
la traversa, imparabile, anche se in porta ci fossero stati mille
portieri uno sopra l'altro, tutti con le divise giallo
fluorescente, figlie di un tempo che aveva passato le divise nere
color petrolio, figlie di un tempo che non era il suo tempo. Tutti
che esultavano e lui cercava quasi immobile, movente solo dagli
spintoni dei suoi, il suo sguardo sulle tribune in tripudio e lo
trova, lo sguardo di una donna ferma che alla visione dei suoi
occhi manda un sorriso da bambina che gioca a pallavolo e se ne va
lasciando dietro un po' di pianto per quel bambino che gioca a
pallone. Perché la sua unica colpa, forse, e' di giocare al
pallone.
VINCENZINOVANG
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